Café con libros


venerdì, 13 ottobre 2006

"La scoperta dell'Irlanda - di bar in bar" di Pete McCarthy

Un Anglo-Irlandese che intraprende un viaggio da Cork al Donegal, attraversando paesi e incrociando comunità di persone, alla ricerca delle proprie origini. Ironia e leggerezza si intrecciano ad una capacità di analisi profonda e ad una visione della vita essenzialmente romantica. Arguto, intelligente, ironico, dopo averlo letto avrete una voglia matta di andare in Irlanda. Uno dei migliori libri di viaggio che abbia mai letto.

"...Fortunatamente, con gli anni ho imparato a non andare mai da nessuna parte senza avere con me qualcosa da leggere, metti un ritardo o una riunione finita in anticipo, o la possibilità di venire erroneamente condannati a trentacinque anni in cella d'isolamento. In effetti mi allarmano quei tipi che si incontrano in treno, nei percorsi a lunga tratta, che senza nulla da leggere si limitano a fissare lo sguardo nel vuoto. Cosa diavolo andranno rimuginando? Forse hanno una memoria di ferro, che consente loro di ricordare un libro particolarmente piacevole letto in passato, risparmiandosi così la fatica di doversene portare uno appresso. Perchè a portarsi dietro un libro si può incappare nel rischio di dimenticarlo da qualche parte prima di averlo finito. Una volta lasciai la mia copia della Scorciatoia sul sedile posteriore di una jeep di un contadino ubriaco in Costa Rica. Ero solo ad un terzo dalla fine e quell'inconveniente mi rovinò completamente il viaggio. La foresta pluviale è un luogo molto più scialbo senza Elmore Leonard. Le Ceneri di Angela l'ho perso due volte. Quel povero ragazzo riesce finalmente a crescere? Ce la fanno a convincere il suo babbo a disintossicarsi dall'alcol?"

 

le parole in prestito di Lutetia 10:25 | commenti |
viaggi


domenica, 26 febbraio 2006

La piccola Chartreuse

(prima o poi mi ricorderò il nome dell'autore..)

"La privazione dei contatti, io lo sapevo, era in fondo la mia catastrofe, così come un tempo, in fondo, era stata una necessità e una felicità..”

 

 

Libro che ricorda l’acqua, l’acqua che è presente in tante sue parti, le parole che diventano nebbia o pioggia pungente o neve..a tratti forse un po’ lento, volutamente forzato nel linguaggio, ma con dei personaggi di quelli che si incontrano raramente..pieni di sfumature, fragili, ma ben definiti e capaci quasi di uscire dal libro e prendere forma, così reali che ci sembra di averli già incontrati, in noi, in qualche conoscenza, in un viso incrociato durante una passeggiata..solitudini nel fondo di uno sguardo che colpisce fra tanti apparentemente sicuri di ciò che stanno cercando.

 

Le solitudini bastano a se stesse, ognuno trova il modo di riempirle, con le passioni più svariate, che possono dare emozioni e conferme della propria identità e del proprio valore; o nel vuoto che culla, che genera una mancanza di sentimenti tanto breve quanto assuefante.

 

Ma qualcosa, a volte solo un piccolo dettaglio, si insinua fra le fessure di una corazza apparentemente perfetta, annullandola, rendendoci fragili, portandoci alla rinuncia di tutte le difese costruite nel silenzio, alla ricerca di una bellezza e di un amore che cancellino ansie e paure e che diano davvero un senso a ciò che facciamo, un’utilità delle nostre azioni che va ben oltre la gratificazione personale..certo, come pensa Vollard prima di morire, i contatti umani possono diventare una condanna, le delusioni a cui si va incontro sono tante, sarebbe così leggero e facile abbandonarsi a se stessi, ma l’assenza di fonti di dolore non è garanzia di assenza del dolore stesso..

 

La soluzione è sempre Eva a suggerirla..lei che riesce a comunicare ogni suo sentimento senza mai parlare.. Una cosa apparentemente così semplice..provare a distribuire meno parole e a capire realmente cosa o chi abbiamo davanti.. ricominciare ad avere segreti, e sogni.. senza sentirci sempre in dovere di raccontarli a chiunque, di mostrare quanto valiamo a persone di cui alla fine non abbiamo neanche una reale stima.. troppe parole, troppi affetti regalati solo per colmare un vuoto.. quando tante volte, niente sa parlare dell’amicizia e dell’amore meglio del silenzio o di un abbraccio..Le parole, specialmente quelle scritte, sono eterne, vanno al di là di vita e morte..ma non riusciranno mai a sostituire i segni lasciati su di noi da chi abbiamo amato realmente..

 

le parole in prestito di pixiepagliaccia 21:18 | commenti (3) |


giovedì, 26 gennaio 2006

Chiudimi le labbra

G. Arduino

 

 

“Ti senti vibrare dentro. Cerchi di scrollarti il troppo, il di più, i dati in eccesso, che però rimangono incastonati fra carne e pelle.”
“In questo nuovo mondo, in questo mondo che è finalmente nostro”
“Chiudimi le labbra con un bacio, la bocca con la lingua e cominciamo a parlare”

Chiudimi le labbra si legge in un’oretta e mezzo, massimo due, contando le pause- sigaretta. E mi son ritrovata a lasciare da parte il mio vizio di sottolineare, appuntare, scarabocchiare i passi più belli quando mi sono accorta di aver sottolineato praticamente ogni riga delle prime dieci pagine.
Perché è così. Perché ogni capitolo è lungo al massimo quattro pagine, e ogni frase ha vita propria, è una poesia e una canzone che prende forma nei pensieri come quella che Martina canta sempre. E come quella canzone annulla ogni altro suono presente fuori e dentro la testa, anestetizza e, alla fine, scuote.

“Chiudi le labbra
non spiegare nulla
dimmi soltanto che rimarrai
Sei la mia gioia e il mio dolore
Non spiegare nulla”

E’ la canzone che calma Sissa, che addolcisce lo sguardo di Martina. E’ il segreto per respirare sott’acqua, dove non ci sono più lame dentro e fuori dai corpi, ma curve soffici dove prima c’erano ossa tese e protezione. I movimenti morbidi e i corpi così mutati da permettere di leccarsi il cuore. Non ci sono parole, le bolle impediscono di utilizzare il modo preesistente di comunicare. Ma ci sono mani, e labbra, e braccia che stringono e non feriscono più. C’è tutto quello che pian piano stiamo dimenticando, oggi si passa tanto di quel tempo a parlare di sentimenti, a descriverli, ad analizzarli perfino chimicamente; tutto ciò che è intorno viene decodificato fino a impregnare sensi e cuore e a spegnerli. È un mondo anestetizzato in cui ciò che conta è dare un nome alle cose, riconoscerle solo per il suono con cui vengono chiamate, tutto si ferma al concetto di idea e così le informazioni affollano la mente, ci chiudono in noi stessi, diventiamo diffidenti nei confronti di ciò che può essere un bene e ci lasciamo inondare da ciò che ci fa solo del male.
Le malattie psicosomatiche, delle quali si è cominciato a parlare poco più di un secolo fa, sono fra le più diffuse. Il corpo muta, rifiuta, espelle o si gonfia come un frutto attorno a un seme che rischia fin troppo, l’anima che si fa piccola e nascosta da atteggiamenti, parole, scuse e spiegazioni. C’è chi diventa apatico, chi iperattivo, nessuno si ferma, rallenta, impara a unire ciò che è sotto e ciò che lo ricopre. Un cuore che ami e un corpo che parli per lui.
Respirare sott’acqua, qualcosa di improbabile se non impossibile, come non lasciarsi infettare da ciò che vorremmo solo scrollarci di dosso.
Oppure..oppure cambiare pelle, accettare la solitudine bianca e dolce che può far crescere (e non quella sterile e nera del vittimismo) e scoprire che tutto intorno si muove, muta, o forse siamo soltanto cambiati noi, lasciando che i sensi e i pensieri vadano insieme, che il sesso sia qualcosa che rischiara e non può far male, e tanti discorsi si possano fare tra un respiro e un bacio.
Lasciandoci liberi di amare così forte da sentire l’altro (o gli altri, perché anche nell’amicizia e in altri affetti l’amore gioca la sua parte) addosso come un livido o un tatuaggio, sgargiante e bello o doloroso, scuro e profondo, poter dire però “Lo sai, il colore dentro di me è il tuo” sapendo di correre il rischio di imparare a respirare sott’acqua, di imparare una salvezza che per molti è semplicemente improbabile.

le parole in prestito di pixiepagliaccia 18:24 | commenti (4) |


martedì, 17 gennaio 2006

Intermezzo poetico

Ho appena iniziato a leggere un libro che promette davvero bene "La scoperta dell'Irlanda, di bar in bar" di Pete McCarthy, una sapiente mescola di ironia e romanticismo, di scetticismo e nostalgia...mi piacerebbe parlarvene...quando lo avrò finito! Nel frattempo, ispirata da una struggente ballata di Gustavo Santaolalla, e dalle luci di Roma, vi lascio questa poesia di Emily Dickinson da leggere sfidando, faccia a faccia, il vento freddo dell'inverno...

Mio - per diritto della bianca elezione!

"Mio - per diritto della bianca elezione!
Mio - per sigillo regale!
Mio - per segno della rossa prigione che le sbarre non potranno occultare!
Mio - qui - nella visione e nel divieto!
Mio - per l'annullamento della tomba -
intestato e ratificato -
delirante contratto!
Mio - nel trascorrere dei secoli."

le parole in prestito di Lutetia 21:51 | commenti (5) |
viaggi


venerdì, 02 dicembre 2005

"!Olé! Spagna d'oggi fra tradizione e modernità" di Roberto Baravalle

...so che con questo post mi inimicherò qualcuno...tutte le volte che ho affontato l'argomento mi hanno guardata come un mostro...ma se mai vi è capitato di visitare la Spagna, di conoscere le sue tradizioni, di lasciare che vi entrasse sottopelle e arrivasse fino in fondo a riscaldarvi il cuore, sono sicura che mi capirete...per ora vi chiedo di leggere tutto...link compreso...e poi se volete sparate pure a zero! 

!Olé! è un libro edito dal touring Club per la collana Reportage 2000, perchè oltre ad essere un racconto avvincente, scritto in modo semplice ma accattivante, è essenzialmente una guida alla Spagna e alle sue tradizioni. Lo scrittore, Roberto Baravalle, ex professore, già autore di thriller e testi teatrali è uno di quei viaggiatori ispirati. Uno di quelli che, come gli scrittori del Grand Tour, quando arrivano in un posto hanno contatti e conoscenze giuste, quelli che, del paese che visitano riescono a cogliere l'essenza, a distillare la verità dai luoghi comuni (che hanno sempre una base reale)in folgoranti istantanee, a trasmettere una passione ed un amore che scaturiscono dalla voracità del viaggiatore curioso. Questo Itinerario attraverso la Spagna è qualcosa di assolutamente magico. Leggendo vi troverete davanti i colori, gli odori, i suoni di quella terra tanto varia che è la penisola Iberica. Passerete dall'accecante sole andaluso alle brume celtiche della Galizia, dai paesaggi verdissimi dei Paesi Baschi alle steppe della Castiglia, dalla sfacciata modernità di Barcellona, all'eleganza popolare di Madrid. Conoscerete l'arte, l'architettura, frammenti di storia, e molto dello spirito di una terra che ha vissuto in pochi anni uno sviluppo economico incredibile (soprattutto per un pease mediterraneo) ma che non ha mai perduto il gusto delle sue tradizioni, la memoria della sua identità più profonda.

...e qui veniamo alla nota dolente...

Gran parte dei primi capitoli di questo libro sono dedicati alla corrida come rito imprescindibile dalla cultura andalusa...e vi assicuro che dopo averlo letto la vedrete con occhi diversi...Io non sono in grado di difendere questo "spettacolo" che qui consideriamo una barbarie, non ho ne gli strumenti culturali ne quelli linguistici per farlo quindi spero non vi offenderete se lo lascio fare a chi è molto più bravo di me... vi chiedo solo di non leggere queste poche pagine con un atteggiamento prevenuto. Posso assicurarvi che il mio stomaco mi ha maledetto per tre giorni dopo aver visto la mia prima (e per ora unica) corrida, tanta era l'impressione, la tensione, la difficoltà nel capire perchè tanta gente si esaltava davanti ad uno spettacolo di morte, ma più mi sono addentrata nella cultura spagnola e più ho cominciato a capire...le connessioni con un'anima profondamente malinconica, le analogie con il flamenco, il valore apotropaico della morte spettacolarizzata...

Spero davvero che non me ne vogliate. Il libro vale comunque la pena di leggerlo per tutto il resto...se siete del tutto fans del toro potete saltare i primi 3 capitoli...  

le parole in prestito di Lutetia 00:05 | commenti (11) |
viaggi


domenica, 27 novembre 2005

"...La principale caratteristica della divinità é sempre stata l'ironia, e infliggere a un peccatore candido come Geoffrey una pena tanto sproporzionata poteva allettare il cosmico umorismo dell'Onnipotente. Sapeva di essere ingiusto nei confronti di Dio, ma aveva sempre pensato che la divinità avesse un coté malvagio. Alla facoltà di teologia il suo tutor gli aveva scritto su una tesina:<<salta all'occhio una certa confusione fra Dio e Joan Crawford>>..."

Un distillato di dissacrante ironia, di intelligenza maliziosa e raffinata,  questo piccolo libro, edito da Adelphi, è sicuramente il più rappresentativo (insieme forse a Nudi e Crudi) dell'imparegiabile maestria del commediografo Inglese Alan Bennett nel mostrare le piccolezze dell'animo umano. Ad una cerimonia di commemorazione, rito in cui si celebrano i talenti e gli affetti di un defunto già inumato da qualche tempo, si incrociano ricordi e pensieri di una variegata platea Londinese, eccezionalmente moralista, naturalmente peccatrice, a partire dal prete che officia la cerimonia, Padre Geoffrey Jolliffe, cui il morto aveva dispensato i suoi servigi di fisioterapista ed eccezionale amante. In un crescendo di ironia e colpi di scena prendono corpo le ipocrisie, le ansie, le paure di una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall'apparire. Divertente come pochi sanno essere senza scadere mai nel grottesco, Bennett guarda a questa società con una certa benevolenza, se è vero che alla fine in questa commedia si parla anche d'amore, e rimane una piccola speranza.

Dello stesso autore vi segnalo anche: Nudi e Crudi, La signora nel furgone, La pazzia di Re Giorgio tutti editi da Adelphi. Ne vale davvero la pena.

le parole in prestito di Lutetia 23:35 | commenti (3) |
dissacrante


venerdì, 18 novembre 2005

Serata fredda dalle parti della capitale, una buona serata per fare quattro chiacchiere letterarie...mi presento in questo blog con un roamanzo che ho letto più o meno tre anni fa ma che da allora mi è rimasto nel cuore. “Una voce nella notte” è l’opera più recente di Armistead Maupin uno degli scrittori più amati dalla comunità gay americana ed è stato presentato qualche anno fa in Italia da Rizzoli sull'onda del successo de "i racconti di San Francisco".E' un romanzo dal gusto vagamente Hitchcockiano e dalla chiara matrice autobiografica, in cui Maupin narra le vicende di un cinquantenne scrittore di successo, in una San Francisco ormai segnata dal dramma dell’AIDS, che in crisi creativa ed esistenziale, si ritrova alle prese con un mistero, la conclusione del quale segnerà un nuovo e più equilibrato assetto della sua vita. E' un libro incredibilmente bello, fatto di quelle frasi semplici eppure tanto pregnanti da restarti dentro per molto tempo, riflessivo e  malinconico a volte, sebbene non abbandoni mai lo stile brillante ed agile che contraddistingue l'autore. Maupin è uno di quei rari scrittori che hanno il dono di mostrarci la “straordinarietà dell’ovvio”, le poetica eccezionalità dei sentimenti più semplici e naturali, quello che Faulkner definì “lo stupore davanti all’impatto con le cose che avremmo già dovuto sapere se solo non fossimo stati così occupati a credere in ciò che poi scopriamo di aver preso per verità per la sola ragione che ci è capitato di crederci subito”. 

le parole in prestito di Lutetia 00:45 | commenti (11) |
minimalista


martedì, 15 novembre 2005

Le Ore - M. Cunningham

Le ore Tre donne, tre vite in epoche del tutto diverse, una sottile comunanza fra le tre, impercettibile solo intuibile, ma palese al momento del finale. In realtà l'autore gioca sul "vedo non vedo" fornendo un palese filo conduttore fra le tre,il romanzo di Virginia Woolf (fra l'altro una delle tre protagoniste) Mrs Dolloway. Ma non è così in superificie che si può riscontrare il significato. Le tre vite che convergono in una, sono legate dal senso di insoddisfazione dal grido muto che ognuna delle tre donne tiene dentro e a cui si rivolge come a un braccio forte a cui aggrapparsi. Così Clarissa, editor newyorkese dei nostri giorni, bella, cercata, affermata.. tradita proprio da se stessa quando era più difficile ammettere che ignorare. Laura, madre e moglie esemplare, nella sua casa degli anni '60, intenta a preparare una torta per il marito mentre gli occhi del figlio innamorati la osservano. Virgina Woolf alle prese con i demoni della sua personalità, e con la stesura del suo capolavoro Mrs Dalloway.. che Laura sta leggendo freneticamente, e che Clarissa tiene caro come un tesoro impersonato in Richard, l'amico, l'amore che la chiama proprio Mrs Dalloway. Il tutto si svolge all'interno di una giornata che ci dà lo spaccato reale delle tre vite, delle tre realtà.. Ho regalato questo libro ad un amico che stava partendo per la Grecia, sua patria, dove si sarebbe stabilito per non tornare (per ora) in Italia, dove ha vissuto 15 anni. L'ho letto solo una volta, diversi anni fa, ed è strano per i libri che mi piacciono.. mi è rimasto dentro.. posso specchiarmi in ognuno dei protagonisti.. sono tante persone che ne incarnano una..
Solo la letteratura può restituire un senso alle nostre vite confuse e sghembe. Anzi, la letteratura è il solo specchio dentro cui la vita, riflettendosi, giunge per un momento a dire se stessa.
Se volete leggerne di più, prima di assaporarlo, sbirciate qui

le parole in prestito di kabukiMascara 08:38 | commenti (2) |
introspettivo


domenica, 13 novembre 2005


Questo sarà, da oggi, il mio angolo con sedia a dondolo, dove poter parlare e raccontare dei libri che giorno dopo giorno, mi terranno compagnia come "amici discreti" per dirla con Montaigne. A chiunque vorrà, l'invito è quello di accomodarsi comodamente con me, sul tappeto vicino al fuoco e parlare di pagine e scrivere di pagine già scritte.. benvenuti a tutti, questo spazio è anche il vostro

le parole in prestito di kabukiMascara 19:35 | commenti (2) |